Cinema, Creatività, Emozioni

Roma 7 dicembre 1982, via del Corso n.7 ore 16:30 cinema Metropolitan. Io, mia madre e mia sorella ci sediamo nella penultima fila centrale. Avevo 7 anni ed era la prima volta davanti al grande schermo, ero in ginocchio sul sedile troppo profondo per la mia giovane statura. Silenzio, si sono spente le luci.


Così ha inizio la storia tra me e il cinema, tra me e la fabbrica dei sogni.


Sono passati più di 40 anni da quel momento, ma riesco ancora oggi a ricordare ogni singola sensazione (anche se non fosse così dentro di noi c`è sempre una realtà che vuole venire fuori a tutti i costi), il buio, il forte rumore della musica e degli effetti speciali, creavano un mix incredibile suscitando in me una sensazione mai provata prima.

Non voglio ancora rivelarvi il titolo del film, certo il 1982 fu un anno incredibile con l’uscita di Rambo, Borotalco, Poltergeist, La cosa e Blade Runner, solo per citarne alcuni.

Torniamo a quel pomeriggio del 1982, la camera avanza e passa in rassegna i primi piani degli spettatori di tutte le età che affollano il cinema. Occhi sgranati e bocche semiaperte come se volessero pronunciare delle parole ma senza riuscire ad emettere nessun suono. Il viso di un bambino in fondo alla sala è differente da tutti gli altri, lui è attendo, curioso, quasi inespressivo per non contaminare la scena. Non riesce ad esternare la sua emozione, forse per sembrare grande o forse perché non vuole farlo in pubblico essendo un bambino molto timido che ha bisogno di metabolizzare con cura tutte le cose nuove che lo circondano. Ha solo bisogno di tempo perché quel giorno gli avrebbe cambiato la vita per sempre e forse lui questo lo sapeva. I riflessi delle luci emesse dal proiettore, si susseguono rapidamente sul viso del bambino.

Io al centro.


Tutto ad un tratto l’immaginazione diventa realtà, tutto diventa chiaro e limpido, capisce che ogni cosa nella sua mente può essere rappresentata e raccontata.


Quel giorno ha cambiato la vita di quel bambino, la mia vita. Tutto quello che avevo immagazzinato nella testa aveva preso un aspetto completamente differente. Cominciai, da quel momento, a dare una rappresentazione visiva a tutte le storie e racconti che ascoltavo e leggevo, era diventata un’ossessione, una droga per me.

La mia mente automaticamente ragionava e si immaginava come doveva essere rappresentato ogni evento, ogni storia. Era un modo per far lavorare incessantemente la mia mente e nutrire il seme della creatività. Seme che nel tempo avrebbe fatto crescere un giardino, il mio giardino.

Il cinema è stata la prima forma artistica attraverso la quale ho alimentato sin da giovane la mia creatività. È stato uno strumento essenziale grazie al quale sono riuscito a tenere allenata la mente ogni giorno. C’è chi dice che la creatività sia un muscolo che va tenuto allenato per poter creare cose sempre nuove, altri invece dicono che creativi si nasce. Da parte mia non sono in grado di dare una risposta a questo quesito, non conosco la risposta esatta (anche perchè non credo esista).

Potrei pensare sia un mix delle due cose, che la ricetta sia una parte di allenamento creativo e una parte di predisposizione dalla nascita, ma sinceramente anche questa ricetta non mi soddisfa. Conosco moltissime persone che ti stupiscono per le loro idee, ma non le allenano nel quotidiano o viceversa conosco direttori creativi che pur lavorando su centinaia di progetti, non hanno mai trovato quel sussulto creativo che li distingue da tutti gli altri colleghi.

Per quanto riguarda la mia storia, credo di essermi allenato da giovane molto sulla fase di “problem solving" in tutti i campi e in tutte le situazioni più o meno complicate della mia vita. Poi negli anni ho capito che questa abilità poteva essere canalizzata direttamente a favore della creatività in tutte le sue sfumature, situazioni e pieghe della vita.

Ma torniamo al cinema e al film che stanno proiettando in questo momento nel lontano 1982. Il mio primo film da spettatore sul grande schermo è stato ET di Steven Spielberg che nel 1983 vinse ben 4 statuette tra cui migliori effetti speciali grazie anche all’immenso Carlo Rambaldi che disegnò e realizzò ”l’animatronic” proprio del personaggio ET, ma questa è un’altra storia. Grazie a questo film, la passione è nata giorno dopo giorno dentro di me ed è riuscito ad accendere milioni di lampadine collegate tra di loro illuminando dei poi inesplorati della mia mente e del mio cuore.

La scena che mi emoziona ancora oggi.

Ogni film visto nella nostra vita, ci ha lasciato un segno, un qualsiasi tipo di segno più o meno inciso nella nostra mente. Possono accadere due cose: la cosa più triste è quando quel segno nelle ore o nei giorni dopo la visione, scompare e non ne rimane più traccia, altrimenti la sensazione più bella è quando quel segno rimane indelebile dentro di te per sempre. Può essere un segno causato da una singola scena o solo per un particolare dialogo, in altri casi la combinazione tra immagini e colonna sonora (sicuramente tema di un altro articolo che vorrei un giorno condividere con voi). La cosa che ritengo sia il punto focale è quando quel segno sia stato scalfito da un’emozione. Trovo che l’elemento principale di tutto il discorso sia l’emozione. Far provare delle sensazioni che rendono quel frame unico e irripetibile.


Emozionarsi sapendo di farlo.


Io quella fredda sera di dicembre del 1982 sono tornato a casa con un’emozione tale da non voler far nulla che pensare e ripensare a quella meravigliosa esperienza visiva, non solo, direi un’esperienza multisensoriale. 

Crescendo si sa, si cambia, ma il mio rapporto con il cinema non è mai cambiato, entro sempre in una sala con la stessa emozione della mia prima volta e resto fino alla fine del rullo con i credits. Faccio questo per rispetto di tutte quelle persone all’apparenza fantasmi che sono parte integrante del film appena visto.


“Ci potrebbe essere a dirigere il più grande regista del secolo, ma senza l’elettricista il regista potrà girare solo un gran film, buio.”


Oggi molto è cambiato, dai teatri si è passati alle multisale. Sono sparite le maschere, gentili signorine che ti indicavano i posti liberi nel buio del cinema grazie ad una torcia quando il film era già cominciato, ed i venditori delle Bomboniere Algida durante l’intervallo …ultimamente è sparito anche quello. Ma la cosa che mi manca di più (anche se è una cosa che non ho mai amato a causa del mio carattere riservato), sono i commenti al film.


Qualcuno sa spiegarmi perché non si commenta più il film appena visto uscendo dalla sala? Era interessantissimo capire gli stati d’animo ed i giudizi a caldo spesso in contraddizione tra di loro.


Ora non si parla più, non si condivide più nulla perché appena si accendono le luci la prima cosa che si fa è cercare nella tasca della giacca il telefono a caccia della notifica persa e improvvisamente tutta la magia finisce. Dalla fabbrica dei sogni si torna al grande fratello di George Orwell nel libro 1994.

Chiedo scusa al lettore se questo testo è parso disarticolato, ma lo ritenevo opportuno. La necessità di parlare di cinema, creatività ed emozioni mi è sembrata una bella storia che poteva racchiudere una bellissima parte della mia vita ancora e sempre aperta

Il mio personale scarabocchio.

E come consuetudine vi lascio con un brano.

Rimaniamo nel 1982, è la prima traccia dell’album “Eye in the Sky “degli The Alan Parsons Project dal titolo “Sirius”. Brano che ho sempre ritenuto troppo breve, 1 minuto e 54 secondi collegato divinamente al successivo ”Eye in the Sky". Forse è proprio questo che lo rende unico. 

Il brano è stato usato dalla NBA degli anni 90, come sottofondo musicale durante l'ingresso in campo dei Chicago Bulls (video e grafica anni 90).

Spero possiate capire cosa intendo quando parlo di emozioni.

Grazie per il vostro tempo.

Filippo

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