Cosa lascio in eredità ai miei figli
In questo momento mi trovo in una piccola stanza fredda e umida in uno dei tanti circoli di scacchi romani. Dicono che sia uno dei più famosi di Roma, ma visto il luogo angusto ho delle perplessità in merito. Probabilmente si concentrano totalmente sullo studio e la divulgazione di questa disciplina invece della forma, ma io purtroppo non riesco a scindere le due cose. Mi trovo qui, di domenica pomeriggio, per un torneo di scacchi di mio figlio, il più piccolo dei tre di anni otto. Il bello di questi tornei è che si ha tanto tempo a disposizione e il silenzio imposto è più rigoroso di quello di una biblioteca. Quale momento migliore per pensare e scrivere?
Ho portato con me oltre al solito taccuino per la scrittura, un libro che ho dovuto scegliere velocemente, direi quasi a caso vista la fretta, dalla mia libreria . Il libricino che ho preso e che tengo qui ora sulle ginocchia davanti a me è “Siddharta”, scritto da Hermann Hesse nel 1922, ma arrivato solo da noi, tradotto in italiano, nel 1945. Un libro che ho amato e che continuo ad amare ogni volta che lo sfoglio, letto e riletto decine e decine di volte, ma che adoro portarlo con me. Il libro è pieno di sottolineature, appunti che occupano ogni spazio bianco, cerchi, linee ed ogni forma geometrica possibile.
Ogni volta scopro delle fessure e delle sfumature che riportate alla vita attuali si aggiornano e mi danno modo di guardare molte situazioni della vita quatidiana da angolature differenti dandomi spunti di riflessioni e punti di vista sempre nuovi. Così da pormi delle domande alle quali cercare risposte sempre nuove e attuali.
Apro a caso una pagina e mi ritrovo nel momento in cui Siddharta lascia i Samana e la foresta perché vuole provare ad andare a vivere nella città e si rende conto che, non avendo mai lavorato in vita sua, le uniche cose che aveva imparato erano:
So pensare, so aspettare, so digiunare.
Non avrei potuto trovare attimo migliore in tutto il libro. Immediatamente senza una reale connessione razionale e logica, mi sono posto una domanda tanto semplice, quanto difficile: Cosa voglio lasciare in eredità ai miei figli?
Ovviamente i beni materiali non bastano perché quelle non ti arricchiscono e sono voluto andare oltre.
Come rispose Bob Marley ad un giornalista il quale gli chiese se aveva fatto molti soldi e se aveva molti beni, lui disse:
«I beni ti rendono ricco?
Io non ho questo tipo di ricchezza.
La mia ricchezza è la vita, per sempre.»
-Bob Marley
Ho provato a fare questo esercizio: partire dai tre punti di Siddharta per provare a spiegare quale tipo di eredità avrei voluto tramandare ai miei ragazzi.
So pensare
Vorrei potergli trasmettere il saper coltivare il pensiero critico. Saper esaminare una situazione ed analizzare le informazioni in maniera totalmente oggettiva, non facendosi condizionare dal comportamento altrui e da tutti quei fattori che filtrano il nostro pensiero. Ed è proprio per questo motivo che il pensiero critico ci aiuta a rimanere lucidi in tutte le nostre scelte. Assumendo una posizione sì personale, ma libera da ogni condizionamento ambientale sapendo riconoscere da cosa si è influenzati e in quale misura.
Proprio questa libertà, senza condizionamenti, vorrei che fosse presente in ogni loro riflessione, pensiero e decisione, così da poter crescere indipendenti e liberi.
So aspettare
Viviamo in un mondo dove tutto e subito vanno a braccetto. I nostri ragazzi crescono con la consapevolezza che se le cose le vogliono, non c’è più bisogno di aspettare perché le possono ottenere immediatamente senza nessuna fatica, senza alcuna attesa. Pensiamo per un attimo allo streaming, noi da ragazzi se volevamo rivedere una qualsiasi puntata di Mork & Mindy o Happy Days eravamo costretti ad aspettare anni prima che venisse trasmesso in TV, mi è capitato di amici che mandavano lettere di protesta e suppliche chiedendo la messa in onda del loro programma preferito. Allo stesso modo funzionava la musica: avevamo solo due alternative, la radio o andare in un negozio di dischi per farsi consigliare dal proprietario un album. Parole come messa in onda, lettere o album ora non esistono più. Oggi in un batter d’occhio ottieni tutto quello che desideri, grazie al progresso, grazie all’evoluzione umana. Ogni tanto penso che dovremmo fermarci e riflettere se questo è quello che realmente desideriamo, non tanto per noi, ma per il loro futuro, il futuro dei nostri figli. Vogliamo avere dei ragazzi che non sanno attendere? Non sanno che il vero viaggio non è solo la meta finale, ma il tragitto per arrivare a destinazione? Rischiamo o meglio già abbiamo, una generazione futura che non sapendo più attendere, smette di desiderare. Attesa è desiderio e il desiderio ci rende vivi, ci rende umani.
«Felice colui che riconosce in tempo che i suoi desideri non vanno d'accordo con le sue disponibilità.»
Goethe
Voglio insegnargli che l’attesa fa parte della vita, l’attesa renderà il desiderio cento mille volte più grandioso. Voglio insegnargli a non agitarsi davanti l’attesa per poter ristabilire i giusti tempi per ogni cosa.
So digiunare
Insegnare a saper fare a meno delle cose. Possono essere delle dipendenze o dei vizi o dei semplici oggetti inutili per la nostra vita. Saper riconoscere quali sono e quali ci attraggono di più e ci rendono apparentemente felici. Quali ci faranno star male dopo un attimo fulmineo di felicità che svanisce ahimè troppo presto.
Non farli cadere nella trappola dell’illusione del saper controllare il possesso materiale e immateriale. Tutto quello che abbiamo tra un istante potrebbe non esserci più o ancor peggio, non avere più nessun valore per noi e per la nostra vita.
Mai nessun vizio, nessuna dipendenza e nessun senso del possesso ci porterà mai a poter vivere una vita libera.
Voglio insegnargli che possono fare a meno delle cose, sapendo che potranno comunque scegliere sempre in piena libertà ciò che più amano nella vita.
Il torneo è finito e si torna al consueto caos con la premiazione dei vincitori e la delusione degli sconfitti.
Concludo ipotizzando che la vita è complessa e per saperla affrontare bisogna vivere tutte le esperienze così da saper riconoscere tutte le facce della nostra esistenza, da quella spirituale a quella corporea. Conoscere se stessi, così da troverà tutte le risposte alle domande che ci poniamo o per lo meno sapere dove andare a cercarle dentro di noi.
L’universalità, il desiderio, la libertà ci porterà alla felicità.
Ecco figli miei quello che voglio lasciarvi, la felicità.
Ciao, stai bene!
Filippo
